sabato 13 marzo 2010

LA PATRIA E IL LUPO (INDRO MONTANELLI)


 Riporto, da montanelliano, un pezzo del maestro che tanto ci manca, in un'epoca di principi che ballano e cantano, tentano di fare spettacoli, in un'Italia "arlecchina" che è l'ombra dei gloriosi anni cinquanta e sessanta. Buona lettura.


Nelle famiglie italiane di cultura e tradizione risorgimentale c' erano quasi regolarmente un nonno che, reduce da Curtatone e Montanara o dal «quadrilatero di Villafranca», era tornato a casa da Cavaliere della Corona, e uno zio o prozio repubblicano con la cravatta nera alla Lavallière che teneva figli e nipoti perpetuamente immersi in un bagno di Doveri, tutti con la D maiuscola; che al «Circolo G. Mazzini» votava palla nera contro il socio accusato di qualche sgarro alla fedeltà coniugale (solo qualche sosta della mano, purché furtiva e distratta, sulle «posaderas» della ragazza di cucina - quando, si capisce, c' erano le cucine e le ragazze accettavano di starci - trovava indulgenza). La scomparsa dell' ex regina Maria Josè e lo scambio di messaggi, che ne è derivato, fra il presidente della Repubblica e il principe Vittorio Emanuele sembra che abbiano accorciato, se non annullato, la distanza fra questi nostri antenati e portato la loro ancestrale diatriba su un piano di reciproco civile rispetto. O almeno questo deve aver pensato il Polo, cui si deve dare atto della sollecitudine e unanimità con cui ha afferrato e si è fatto interprete di questo new look (un po' d' inglese ci sta sempre bene) di un problema istituzionale che, come un famoso guerriero del Berni, «andava combattendo ed era morto». E ha alzato il disco verde al ritorno dei Savoia in Italia. Purtroppo altrettanto non possiamo dire dell' U livo, o Margherita, o come diavolo si chiama quest' accozzaglia di centrosinistra che non riesce nemmeno a darsi un nome, e non ha voluto perdere l' occasione di dimostrarsi ancora una volta indecisa a tutto. Sappiamo benissimo che appigli giuridici per procrastinare, come da anni si sta facendo, non ne mancano. Un dispositivo della Costituzione vieta agli eredi diretti del Trono il rientro in patria. Ma se è per questo c' è anche un dispositivo della Comunità europea che vieta questi divieti riconoscendo a ogni cittadino comunitario di andare dove gli piace. Tuttavia chi vuol capire capisce che il discorso da fare è tutt' altro: quello che ha fatto e sta facendo Ciampi. Il capo dello Stato, di estrazione ideologica azionista, è un repubblicano arciconvinto, che ha pronunciato giudizi molto severi sul conto del Re dell' 8 Settembre. Ma da quando è in Quirinale s' è accorto che anche una Repubblica ha bisogno di una Patria, e che un sentimento di Patria è incompatibile col rinnegamento del proprio passato, quale ch' esso sia. A che scopo continuare a scacciare dal proprio territorio, specie in un mondo tecnologizzato che fa di quella materiale un puro accessorio della presenza, una famiglia e un nome che non può scacciare dalla propria storia, e che ormai fa alle istituzioni meno paura di quanto ne faccia il lupo mannaro ai bambini? Con Mazzini, l' Italia monarchica fu avara (per sua fortuna) di monumenti, come di targhe di strade e di piazze. Ma gli permise di vivere i suoi ultimi anni nella ospitale casa dei suoi amici pisani Nathan-Rosselli, fingendo di non accorgersi della sua presenza e della sua frenetica attività epistolare di propaganda fide, una fide che non era precisamente in armonia con le istituzioni («È un òmo - diceva di lui il Giusti - che si contenta di poco. Basta che non gli tocchino due cose: i sigari e i complotti»). Il fatto è che la classe politica di allora sapeva che nella storia d' Italia c' era stato anche lui, e non da comprimario. Per questa legislatura, non se ne farà nulla, temo. E non lo temo, io monarchico, per la Monarchia. Ma per la Repubblica.



Montanelli Indro
("Il Corriere della Sera, 6 febbraio 2001)

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